Un film semplice

L'amore, in teoria è un film semplice. Senza fare spoiler, si può dire che parla di uno studente di filosofia timido, impacciato e sessualmente inattivo che è innamorato da sempre di una sua compagna di classe del liceo e si lascia trattare come uno zerbino da lei, fino a quando non accade qualcosa che scompagina i suoi piani e lo fa maturare. Una trama semplice, come volevasi dimostrare. Il protagonista, che è interpretato da Nicolas Maupas, ha però delle caratteristiche che lo rendono familiare e riconoscibile e che permettono allo spettatore di oggi – uomo, cis, giovane, eteropessimista, introverso, insofferente delle nuove tendenze sociali e politiche e fondamentalmente sfigato – di identificarsi facilmente nelle vicende che lo riguardano. Non si tratta di un truecel, anche perché alla fine ce la fa – seppure in una maniera così fiabesca che non può risultare più di tanto convincente agli occhi del pubblico –, ma condivide la Stimmung di tutti coloro che vorrebbero soltanto trovare l'amore e viverlo in modo convenzionale. 
Elisabetta Bartucca, redattrice per Movieplayer.it, scrive: «Il racconto di Amina Grenci e Teresa Fraioli [le sceneggiatrici di questa pellicola, n.d.R.] destruttura inoltre vecchi modelli a partire da quello della mascolinità, qui autorizzata - come dovrebbe essere - a concedersi la libertà di inciampare, abbracciare le proprie fragilità e avere paura». In un certo senso si potrebbe affermare che ha ragione, ma non penso che questo sia l'elemento più interessante del film. Come direbbe Niccolò Contessa, «nella parte del mondo in cui sono nato quasi tutti i romanzi hanno un protagonista che somiglia all'autore»; e, per completare questa dichiarazione, si può sostenere con Patrizia Valduga: «Vuoi leggere qualcosa di femminile? Leggi gli uomini». Difatti a essere destrutturate sono piuttosto le derive estremistiche dell'ala maggioritaria della sinistra contemporanea extraparlamentare, femminista, anticapitalista ed ecologista, che vede tutto ciò che appartiene al mondo dei propri genitori come una convenzione sociale superata e priva di fondamento. All'idealismo di Flor, attivista ambientalista, soggiace, a ben guardare, un cinismo che le impedisce di credere nell'amore e la porta a ravvisare anche nel benché minimo atto di romanticismo un retaggio patriarcale. Lo si evince, per esempio, dalla scena in cui dice di non essere un amante del romanticismo patriarcale dopo aver ricevuto dei fiori, per poi ammettere che nessuno gliene avesse regalati prima; oppure da quella in cui dichiara di ritenere la monogamia un costrutto culturale, perché non ha mai conosciuto una coppia che funzionasse. È facile immaginare che convinzioni di questo tipo siano motivate più psicologicamente che teoricamente.
Alla fine del lungometraggio si suggerisce anche una via d'uscita, l'educazione sentimentale, e in effetti sembra proprio che il sottotesto di questa opera sia che una visione rigidamente e dogmaticamente ideologica delle relazioni sociali provoca un distaccamento eccessivo dalla propria emotività, che impedisce di guardarsi dentro, allo stesso tempo, senza giudizio e con schiettezza e di considerare la paura, la gelosia e l'amore come delle componenti fisiologiche della condizione umana piuttosto che come dei peccati da cui ci si deve liberare. 

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